Per affrontare un discorso globale e serio sulla musica in quanto prodotto umano, e non soltanto della cultura occidentale, è necessario volgere lo sguardo all'antropologia e alla etnomusicologia e comparare varie culture tra loro per scoprire moduli comuni o differenze.
 
Franco Evangelisti, 1979
 
 
Exitime è una manifestazione di musica contemporanea, e la musica contemporanea è quella classica scritta oggi, cioè: non musica scritta oggi alla maniera classica, ma proprio lo stadio evolutivo odierno della musica classica. Bisogna spiegarlo, in effetti, poiché l'uomo comune, anche non incolto, la musica contemporanea nemmeno sa che esiste: “Compositore? Cioè scrivi musica? Come Beethoven? Non sapevo esistessero ancora”. Già dire allora, con formula più corretta, musica classica contemporanea, rende più chiaro lo stato di minaccia e in cui essa sopravvive. Ormai anzi sarebbe estinta, se non fosse per le sovvenzioni pubbliche, peraltro esigue. Il volenteroso promotore di musica contemporanea dunque, che aspirerebbe a rivolgersi non solo al conoscitore ma anche all'uomo colto comune, magari al giovane in formazione, è spaesato. Da una parte si rende ben conto che il mondo va in tutt'altra direzione, verso un sempre più totalitario dominio del sistema televisivo-consumista. Un sistema, in particolare, capace di imporre una musica che esprime e alimenta - sfogandoli però come una valvola - solo il sentimentalismo e l'isteria, la frustrazione e la rabbia, la superficialità e la noia da lui stesso indotti. D'altra parte sa pure, il promotore, che in questo contesto ostile rimangono sempre possibili forme di resistenza culturale altissime, sia tradizionali sia del tutto inedite. E, ancora, sa per esperienza che una di queste è, al suo meglio, la musica contemporanea. Non può dunque che lottare per difenderla, in quanto patrimonio genetico di civiltà, e per proteggerne i tentativi darwinistici di adattamento.
Ora, è vero che tanta musica contemporanea, più che minacciata dall'esterno dall'inconsapevolezza dominante, è internamente rósa dal tarlo dell'intellettualismo, dello sperimentalismo fine a sé stesso, insomma della vanità. Da una miseria esperienziale, che la rende insufficiente da un lato rispetto alla totalità della realtà, dall'altro rispetto all'intero repertorio storico, sociale ed etnico delle musiche rese oggi disponibili dalla tecnologia. Se nella testa e nel corpo dell'uomo seduto a tavolino non convergono tutta la ferocia e la tenerezza, la luce e la tenebra, il logico-immateriale e il sensuale, la conoscenza e quanto rimane di residuo mistero, il coinvolgimento emotivo e la serena imperturbabilità della vita nelle loro forme più estreme, dalla penna non uscirà niente di estremamente significativo. D'altra parte, se non si metabolizzano i modi di esperienza musicale offerti dalla cornucopia concertistica e discografica globale, non si è all'altezza dei tempi sul piano musicale tecnico, dato che la possibilità di ascoltare tutto implica anche il dovere di farlo; il compositore che crede di non aver nulla da imparare dalla musica di un altro popolo o strato sociale pecca di sicumera ma soprattutto perde qualcosa: le altre musiche non hanno qualcosa che la contemporanea ha, ma anche hanno qualcosa che la contemporanea non ha. Certo la soluzione non sta nell'associare alla musica direttamente, senza mediazione tecnica cioè senza completa traduzione nel codice irriducibilmente specifico della musica, i contenuti extramusicali: spesso ad esempio risulta solo ricattatorio, eticamente, il riferimento a vittime di guerra, dittatura, razzismo, mafia o povertà, sentimentalmente quello all'infanzia o al disamore, intellettualmente quello a must culturali classici o up to date, eccetera. Né dall'altra parte la soluzione sta - tendenza oggi invece diffusa più che mai per il mero pretesto che è possibile - nel citare gli stilemi estranei come tali, spogliandoli di ogni senso loro proprio e lasciandogli appunto solo quello di essere una citazione. In fondo è sempre questione di tecnica: la tecnica musicale deve assimilare l'extramusicale, e la tecnica musicale stilisticamente determinata deve assimilare lo stilisticamente estraneo (incorporandone così anche gli impliciti contenuti extramusicali). Perché esiste un punto inesteso, alchemico, dove musicale e umano si transustanziano reciprocamente, ed è lo stesso dove si annullano incontrandosi tra loro le differenze stilistiche. Il cimento del volenteroso promotore quindi dovrebbe essere la diffusione di musica che si diparta da quel punto, da tale autentico vertiginoso ‘centro’: così la musica contemporanea rende alla realtà ciò che la realtà le ha dato.
 
Scorrendo il calendario della presente edizione, si individuano alcune linee programmatiche adottate da Exitime per promuovere la musica contemporanea “in quanto prodotto umano”. Cioè in quanto precipitato di tutta l'esperienza dell'uomo, tendenzialmente non ridotta all'isterilente circuito accademia/sperimentazione/sovvenzioni/prime (ultime) assolute, ma non per questo acquiescente alla falsa totalità imposta dal sistema televisione/consumo.
Anzitutto la costituzione delle risorse umane. Exitime - caso raro in Italia, dove la cultura musicale pratica e quella teorico-critica sono per una perniciosa tradizione separate a partire dai percorsi formativi - unisce le forze dei musicisti contemporanei di area bolognese, sia compositori sia esecutori, e quelle dei musicologi della locale Università, sede del primo Dams. Per questo si mescolano i concerti ideati e promossi dall'associazione FontanaMIX e quelli voluti dal Dipartimento di musica dell'Alma Mater, ma soprattutto si incontrano e arricchiscono vicendevolmente le competenze, senza rinunciare in nulla al valore delle rispettive specializzazioni. Così per esempio si deve a un organo universitario il progetto del laboratorio d'interpretazione pianistica scelsiana (27 e 28 novembre), mentre viceversa il laboratorio strumentale di musica da camera con l'ensemble FontanaMIX (23 gennaio) è offerto in via prioritaria anche agli studenti del Dams, che pure sono destinatari naturali di tutta la manifestazione. La riflessione ha un oggetto vivo su cui riflettere, e la prassi si inserisce da subito nel processo complessivo della cultura.
La didattica. Pur avendo una compiuta realizzazione in quanto rassegna di musica intesa come forma di spettacolo, Exitime nasce con la vocazione primaria di fornire occasioni di apprendimento ai giovani. I suddetti laboratori strumentali esemplificano questo aspetto dell'iniziativa al livello più concreto, ma tutti i concerti svolgono con efficacia una funzione di insegnamento, a maggior ragione se si tiene presente quanto spesso e gravemente sia trascurato il repertorio novecentesco e contemporaneo nei curricula degli aspiranti musicisti e musicologi.
Storicismo. Proprio perché votata elettivamente alla contemporaneità, una manifestazione come Exitime non tralascia di dare spazio alla musica più antica, che dell'odierna è il fondamento imprescindibile. Sono perciò regolarmente inserite in cartellone partiture dei grandi maestri del Novecento storico, oltre a opere paradigmatiche ancora più lontane. Lontane infatti solo nel tempo, ma tuttora attuali come inesauste fonti del pensiero compositivo: dopo il Bach dell'Arte della fuga nell'edizione precedente, quest'anno (21 novembre) il Beethoven delle ultime sonate pianistiche. D'altronde già da sé il Novecento è un secolo lungo, i cui esordi appaiono ormai remoti: si constata ad esempio - riprendendo il gioco cronologico aperto l'anno scorso con Webern - che l'opus pianistico di Debussy (En blanc et noir il 12 gennaio) è sostanzialmente equidistante tra il tardo Beethoven e noi. A illustrare un quadro completo del Novecento musicale contribuiscono pure gli omaggi a figure come quella di Bruno Bettinelli (4, 5 e 12 dicembre), il quale, nato nel 1913 e quindi schiacciato tra la generazione eroica degli anni '00 (Dallapiccola, Petrassi e, sia pure scoperto tardivamente ma adesso celebrato, anche Scelsi) e quella gloriosa degli anni '20 (da Maderna a Bussotti compreso), patisce una certa marginalizzazione critica.
La multidisciplinarità. Se la musica ambisce a integrarsi nel complesso della vita dell'individuo e della comunità, deve aprirsi al rapporto con tutti gli ambiti esistenziali, e in particolare approfondire l'affinità con le altre arti, attraverso la massima varietà dei media espressivi e costruttivi. Vanno in questo senso i momenti dedicati da Exitime, anche nelle passate edizioni, alla videoarte, all'elettronica, alla danza. L'arte coreutica, rappresentata di nuovo quest'anno dall'opera di Luca Veggetti (15 novembre), testimonia, se ce ne fosse bisogno, il radicamento della musica nel corpo, e attraverso esso in tutto il fondo dell'esperienza umana: nulla di ciò che è possibile alla musica è negato alla danza. Non si può, per gli anni prossimi, che auspicare ulteriori fecondi incroci extramusicali.
Globalità/Individualità. Il panorama odierno della musica contemporanea è caratterizzato da un'estrema parcellizzazione, dovuta alla diffusione della tradizione musicale colta occidentale in strati sociali sempre più larghi e in tutto il pianeta, grazie anche ai moderni mezzi tecnologici e di comunicazione. In questo contesto immenso e ormai inconoscibile la programmazione musicale non può che destreggiarsi contemperando due principi opposti, quello antologico e quello monografico, quello della copertura ‘orizzontale’ del campo e quello dell'approfondimento ‘verticale’ su un autore o su un tema. Risponde a questo orientamento la serie dei “ritratti”, che Exitime dedica a compositori che sono sì singoli, ma rappresentano anche tendenze generali, magari estranee. Dunque nella terza edizione Exitime amplia ancora il suo orizzonte, anche oltre l'Occidente. Il concerto su Klaus Huber (12 dicembre) riempie quella che bisogna ammettere essere una lacuna pure degli esperti: in Italia Huber è più spesso citato come maestro, di autori a loro volta illustri come Wolgang Rihm o Brian Ferneyhough, che come compositore in proprio, ed è un peccato, tanto più tenendo conto di tutti i valori storici, spirituali della sua musica, capaci di attrarre ascoltatori anche non avvezzi agli estremismi sperimentali. Peraltro il mondo di Huber rimane ancora assolutamente, perfino tradizionalmente, l'Europa; altri concerti (12 e 15 gennaio) dischiudono invece la prospettiva americana. Innanzitutto col ritorno, dopo lo spettacolo cosmico-coreografico dell'anno scorso, dello statunitense George Crumb, e con Martin Matalon, argentino di formazione newyorkese da noi ancora poco frequentato. E poi con Conlon Nancarrow, con Frank Zappa, che tra accademia e pop abbatte soprattutto un confine socio-stilistico più che geografico, e con John Cage. Quest'ultimo stabilisce infine il legame con l'Oriente, insieme a Giacinto Scelsi, cui per il terzo anno consecutivo Exitime consacra due intere giornate (27 e 28 novembre), e all'inglese Jonathan Harvey (omaggiato il 4 dicembre), che pur nella perfetta appartenenza alla koiné stilistica centroeuropea riesce a integrare contenuti spirituali desunti dalla civiltà indiana.
Antropologia. Fin qui comunque si è trattato di sguardi nostri, di noi occidentali, sulle altre musiche e sulle altre culture. Che già dimostrano - lo dimostra l'ascolto, al di là dei riferimenti nei titoli o nei manifesti - come l'assunzione di elementi tecnico-stilistici da mondi estranei implichi sempre in profondità rivolgimenti nel senso complessivo, globalmente umano della musica. Così, nel contesto ormai planetario delle comunicazioni, la stessa musica contemporanea, spesso tacciata di chiusura, può rivelarsi al contrario uno spazio aperto, un terreno libero per l'incontro culturale e antropologico. Quali conseguenze questo possa determinare quando sono gli altri a gettare il loro sguardo su di noi, traendo ciò che preferiscono secondo i loro criteri, lo illustrano due concerti come quelli dedicati a compositori giapponesi, uno panoramico l'altro monografico su Toshio Hosokawa (15 novembre). La musica orientale tradizionale rende palese come certi caratteri della scrittura di autori occidentali orientalisti, che a chi non conosce l'Oriente sembrano balzani e provocatòri, sono là assolutamente normali, pacifici. Proprio questi caratteri originari - il rapporto col silenzio, il senso dello scorrimento temporale - spesso trapassano fino nella produzione di compositori come Hosokawa, che si sono formati anche alla scuola dell'Occidente. In un brano come Wie ein Atmen im Lichte per sho, ad esempio, lo scorrimento temporale è continuo: come, mutatis mutandis, in Scelsi o nei minimali. D'altra parte la tessitura timbrico-articolativa, nettamente meno spessa che in questi autori, è coerente con tutta l'arte giapponese, formata di vuoti e linee essenziali piuttosto che di masse e volumi corposi. L'aspetto strano in effetti, che manifesta un diverso senso del tempo, è che questa continuità, questa orizzontalità enfaticamente orizzontale, ogni tanto è inaspettatamente interrotta da lunghe pause, che si notano a maggior ragione perché interrompono un continuum, non un andamento frammentario o fraseggiato. Nella continuità, nell'orizzontalità, il taglio verticale risulta massimamente drastico: non meno drammatico per il fatto che, a irrompere, invece che una maggiore quantità di suono è il silenzio.
 
Stefano Lombardi Vallauri